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PostHeaderIcon Psicologia Emotocognitiva e Disturbi d’Ansia in Infanzia e Adolescenza

di Letizia Maduli

 
Introduzione

I Disturbi d’Ansia rappresentano i disturbi diagnosticati con maggiore frequenza in età evolutiva, sono infatti i principali motivi di consultazione specialistica nell’ambito dei problemi psicologici.
Sono diversi i disturbi d’ansia che si possono manifestare nell’infanzia e più frequentemente nell’adolescenza,  oltre a quelli presenti nella popolazione adulta, sono riscontrabili anche sintomi specifici dell’età.
I  disturbi d’ansia contemplati in età evolutiva e riportati nei manuali diagnostici sono:

  • disturbo d’ansia di separazione
  • disturbo d’ansia generalizzata
  • fobia specifica
  • fobia sociale
  • fobia della scuola
  • disturbo ossessivo-compulsivo
  • disturbo post-traumatico da stress

Nell’ambito della psicologia dello sviluppo il processo di valutazione  deve essere inserito in una prospettiva temporale che tenga in considerazione sia la fase dello sviluppo  in cui si  trova il soggetto, sia l’evoluzione del processo psicopatologico. Sintomi, disagi e disturbi manifestati nell’infanzia e nell’adolescenza sono a volte di natura transitoria, possono essere associati a fasi dello sviluppo ed avere un’evoluzione positiva, ossia risolversi nel corso del processo fisiologico di crescita. Questa evoluzione positiva del disturbo viene a volte ostacolata da  processi che vengono messi in atto (sia dal singolo che dal contesto) nel tentativo di risolvere il sintomo manifestato, ma che nella maggior parte dei casi falliscono tale obiettivo, stabilizzando o aggravando il sintomo stesso.
Il trattamento psicologico secondo l’approccio della psicologia emotocognitiva prevede sia nell’infanzia che nell’adolescenza un trattamento di tipo di indiretto. Questa modalità di trattamento individua nelle figure adulte di riferimento la risorsa principale per apportare quei cambiamenti funzionali a risolvere il problema. Infatti, chi interagisce quotidianamente con il minore può contribuire in modo significativo  a ristabilire una situazione di equilibrio e di benessere non solo per il singolo ma  per tutto il sistema coinvolto.
La psicologia emotocognitiva ha creato nuove tecniche di intervento psicologico che mirano ad agire sulle azioni spontanee messe in atto dal minore, che seppur non funzionali e incongrue con le aspettative dell’ambiente rappresentano dei tentativi messi in atto per risolvere nell’immediato uno stato di tensione. Tali tecniche prevedono  un’organizzazione in senso funzionale sia delle azioni manifestate dal soggetto per risolvere le proprie tensioni e sia delle azioni messe in atto dal contesto di vita del soggetto per risolvere i sintomi stessi.

Valutazione dei processi di funzionamento in Psicologia Emotocognitiva

I processi che sono alla base della manifestazione dei disturbi d’ansia in età evolutiva (infanzia ed adolescenza) non sono differenti da quelli relativi all’età adulta.  Le differenze tra adulto e bambino/adolescente riguardano principalmente il contenuto delle azioni e dei pensieri ed i livelli di soglia sistema-specifici, ma il processo che sottende il funzionamento dell’organismo è lo stesso.
L’insorgere di un disturbo, il suo mantenimento o il suo aggravamento sono determinati da processi  che la psicologia emotocognitiva spiega attraverso i concetti di sofferenza primaria e secondaria, di conflitto attuale, di loop disfunzionale e di evitamento fobico della sofferenza (Baranello, 2005, 2006, 2007).
Tali processi vengono messi in atto dal soggetto nel tentativo di risolvere volontariamente uno stato di sofferenza ma in realtà si dimostrano patogenetici. Sono processi trasversali al fattore età, in quanto evidenziano il funzionamento base dell’organismo in relazione  ai fattori bio-psico-sociali che determinano e/o sostengono la manifestazione di un disturbo.
L’organismo si prepara a compiere un azione mettendo in moto una serie di processi che determinano l’attivazione del sistema nervoso centrale, del sistema muscolo-scheletrico e del sistema neurovegetativo.
Un aumento dei livelli di attivazione psicofisiologica dell’organismo oltre i range di “normalità” sistema-specifici sono alla base della manifestazione di sintomi di tipo ansiogeno quali: tensione e rigidità muscolare, difficoltà di attenzione e di concentrazione,  aumento della frequenza cardiaca, respirazione affannosa, innalzamento della pressione arteriosa,  senso di affaticamento, sudorazione.
Il sintomo, secondo le nuove ipotesi avanzate dalla psicologia emotocognitiva, rappresenterebbe la soluzione dell’organismo alle proprie tensioni divenendo un autoregolatore delle attività psicofisiologiche dell’organismo stesso.
I comportamenti che le persone mettono in atto quando  percepiscono una tensione relativa alla variazione di stato rispetto ai livelli di attivazione dell’organismo, hanno, sia per gli adulti che per bambini/adolescenti, la stessa finalità, ossia tendono all’evitamento di quella sensazione di sofferenza, di angoscia e di panico, che la psicologia emotocognitiva definisce, come già accennato, sofferenza primaria (Baranello, 2006).
Tali atteggiamenti vengono definiti “di evitamento fobico della sofferenza”. I movimenti di evitamento della sofferenza primaria legata alla manifestazione del sintomo portano ad  un’inibizione delle attività, determinando una compromissione della funzionalità globale della persona. I tentativi di risolvere uno stato di sofferenza primaria generano in realtà uno stato di sofferenza maggiore definita “sofferenza secondaria” (Baranello, 2006).
Il bambino che si presenta ansioso, così come l’adulto, vive un’indefinita sensazione di oppressione, associata ad un atteggiamento di attesa di un avvenimento percepito come spiacevole ed imprevisto. Un costante stato ansioso sembra, infatti, caratterizzare tutte o comunque la maggior parte delle attività del bambino.
Nel disturbo d’Ansia di Separazione  la caratteristica essenziale è l’ansia estrema scatenata dalla separazione dai genitori, da casa o da altri ambienti familiari. I bambini dichiarano spesso la paura che qualcuno dei familiari (genitori, fratelli, nonni, ecc.) si farà del male o che gli accadrà qualcosa di terribile in loro assenza. Il pensiero costante che possano accadere eventi catastrofici condiziona ed organizza la vita del bambino. Il disturbo può avere esordio in età prescolare, in molti casi ha inizio intorno ai 10-12 anni, specialmente quando si associa il rifiuto di andare a scuola.
Il bambino chiede spesso di essere tranquillizzato rispetto alla possibilità che accadano eventi negativi, e le sue conversazione vertono principalmente su tali argomenti.
Il bambino è molto attento e sensibile alla visione di scene di violenza, ai fatti di cronaca, ai racconti dei familiari riguardo a condizioni di salute ed eventi generali che riguardano la famiglia, qualsiasi novità, infatti, potrebbe essere fonte di angoscia e di pericolo.
Per quanto riguarda  il rifiuto di andare a scuola la paura non è per la scuola in quanto tale, ma in quanto luogo nel quale il bambino non può avere il controllo della situazione. Restare a casa gli permette di muoversi liberamente in un contesto protetto, di contattare i genitori ed assicurarsi del loro stato di salute.
Nell’età evolutiva come nell’età adulta la fobia è una particolare forma di paura ingiustificata e esagerata rispetto alla situazione reale. Le fobie nell’infanzia riguardano spesso animali, temporali, altezze, sangue, ferite.
Alcune paure del bambino (fantasmi, mostri, buio, ecc.) fanno parte del normale processo evolutivo ed hanno un andamento transitorio, non interferendo in modo significativo con lo sviluppo psicoaffettivo. Stati di timore o di apprensione fanno parte del normale sviluppo del bambino e la loro presenza non è necessariamente segno di patologia. A trasformare un fenomeno normale di crescita in un problema grave o in un disturbo è l’effetto  che questo ha nell’ambiente di vita del bambino.  Ambiente che considerando preoccupante un comportamento agisce mettendo in atto condotte che tendono a risolvere le paure del bambino (tranquillizzando o  minimizzando) o ad evitare che si trovi in situazioni che possano scatenare queste sue paure e di conseguenza i sintomi associati.
Tale atteggiamento invece di raggiungere l’obiettivo previsto, ossia ridimensionare l’ansia del bambino ha l’effetto contrario, in quanto, in realtà, focalizza l’attenzione sul disagio stesso impedendo  al processo di seguire la sua normale evoluzione.
Nella preadolescenza si possono manifestare fobie quali: la fobia sociale, la paura dell’insuccesso scolastico (associata all’ansia da prestazione) e la paura di non essere in grado di gestire le relazioni con il gruppo dei pari. Questo tipo di fobie compromettono in modo significativo la funzionalità globale della persona, impedendogli di svolgere  attività quotidiane come frequentare la scuola, incontrare amici, praticare uno sport, ecc.. Spesso atteggiamenti che vengono riferiti come insofferenza, pigrizia, mancanza di volontà, incapacità a mantenere un impegno potrebbero nascondere uno stato fobico.
La reazione ad una situazione fonte di ansia si manifesta a livello fisiologico con variazioni neurovegetative I sintomi fisici più comuni sono: dolori gastrointestinali, nausea, vomito, palpitazioni, tensione muscolare, cefalee..
L’ansia può associarsi anche con altri tipi di sintomi, possono manifestarsi, infatti, disturbi del sonno, difficoltà di attenzione e concentrazione, irritabilità, scoppi d’ira.,  reazioni aggressive (verbali e comportamentali), iperattività, variazioni di peso e dell’appetito.
I sintomi fisici correlati ad uno stato di ansia anticipatoria riproducono spesso il quadro sintomatologico dell’attacco di panico: palpitazioni, tremori, sudorazione, dolore al petto, nausea, disturbi addominali, brividi, ecc.
Uno stato acuto di ansia può avere un effetto paralizzante, ossia inibire l’attività della persona, determinando un senso di impotenza e inadeguatezza. Evitare di andare a scuola, a casa di compagni, di partecipare a feste di compleanno, smettere di praticare uno sport, cercare la vicinanza esasperata dei genitori, non voler più dormire da solo rappresentano dei tentativi che il bambino adotta per risolvere la sofferenza che prova in quel momento.
Nel bambino, come nell’adulto, il pensiero che potrebbero di nuovo ripresentarsi i sintomi legati all’ansia innesca un processo attentivo che incrementa la tensione, tensione che viene risolta automaticamente dall’organismo con la manifestazione del sintomo stesso. La strategia principale adottata dal bambino/ adolescente per risolvere il sintomo è l’evitamento della situazione temuta, modalità che limita e compromette la vita e la salute  psicoaffettiva della persona
Non andare a scuola, restare a casa, assicurarsi del benessere fisico dei genitori, esigere la loro presenza sono soluzioni che alleviano la sofferenza nell’immediato, hanno un effetto unicamente transitorio.
Questa modalità innesca un processo ridondante, che la psicologia emotocognitiva definisce  loop disfunzionale  (Baranello, 2006), processo che impedisce una risoluzione efficace e stabile del disturbo.
Il comportamento del bambino, i sintomi manifestati, il suo stato diffuso di disagio tendono a disorientare il genitore, a volte non è possibile decifrare questa nuova modalità di condotta che risulta incomprensibile rispetto a quelli che finora erano i comportamenti osservati nel figlio.
I genitori sono, oltretutto, angosciati nel vedere che il problema si protrae nel tempo nonostante tutti i tentativi fatti per risolverlo compromettendo il benessere generale della famiglia.

Valutazione e Trattamento Psicologico secondo l’indirizzo Emotocognitivo

Il processo di valutazione segue un duplice percorso, uno relativo al soggetto che presenta il disturbo, l’altro relativo al contesto di vita del bambino, rispetto a quello che le persone che interagiscono quotidianamente con lui fanno per tentare di sostenerlo.
Oltre ad una valutazione fenomenologica basata sui sintomi la psicologia emotocognitiva affianca una valutazione dei processi organizzativi sistemici.
La fase di valutazione prende quindi in considerazione non solo la fenomenologia del disturbo, ossia la rilevazione delle manifestazioni sintomatologiche, sia “fisiologiche” che “comportamentali” del bambino e i tentativi di soluzione che questi tende ad adottare per risolvere le tensioni, ma anche il modo in cui si organizza il sistema di vita rispetto al sintomo.
Le questioni principali sono relative a:

come viene vissuto il problema in famiglia? Rappresenta il fenomeno intorno al quale viene organizzata la vita di tutta la famiglia o ha un posto secondario?

  • L’attenzione viene focalizzata sul problema in generale o su un singolo  aspetto del problema (per esempio sintomi fisici,  rifiuto di andare a scuola, comportamenti aggressivi, ecc.)
  • Quali sono stati i tentativi di soluzione adottati fino ad ora? 
  • Come reagiscono i genitori al fatto di non riuscire a risolvere il problema nonostante tutto il loro impegno? 

I sistemi di riferimento presi in considerazione sono due: il soggetto che manifesta il disturbo ed il suo contesto di vita ristretto (famiglia).
La valutazione riguarda il funzionamento globale del singolo individuo ed il funzionamento del sistema familiare rispetto al sintomo ovvero come mutualmente tali sistemi si organizzano.
Nel caso dei disturbi d’ansia la soluzione tentata dal singolo è quella di evitare quelle “rappresentazioni” (situazioni, oggetti, pensieri,…) che ritiene possano favorire la comparsa dei sintomi, mentre il tentativo di soluzione adottato dal sistema familiare e, a volte anche da un contesto sociale più ampio, è quello di convincere (rassicurare o arrabbiarsi, far capire, spronare, ecc.) la persona a fare quello che in tutti i modi sta evitando di fare.
L’urgenza di risolvere il problema porta, spesso ad agire in modo confuso e scoordinato. La tendenza è quella di tranquillizzare il bambino “provandole tutte”, ma l’adozione di soluzioni diverse e contradditorie, rende la soluzione al problema  fittizia e transitoria, ossia legata al momento stesso e non funzionale ad una risoluzione stabile. Questa modalità innesca un processo ridondante che la psicologia emotocognitiva definisce loop disfunzionale.
Lo psicologo ad orientamento emotocognitivo interviene proprio su questo processo ridondante valutando le variabili che lo sostengono e definendo un intervento caso-specifico.
Generalmente la richiesta di un colloquio psicologico parte dai genitori che richiedono un intervento  per risolvere un disagio manifestato dal figlio e per l’impossibilità, dopo diverso tempo e diversi tentativi, di far fronte alla situazione.
Nell’ambito dell’età evolutiva la psicologia emotocognitiva ha individuato nel trattamento indiretto (Maduli, 2007)  la forma di intervento clinico più funzionale ed efficace nella maggior parte dei casi.
Il trattamento indiretto è un tipo di intervento psicologico che  prevede solo il coinvolgimento di uno o più membri adulti della famiglia.
Questo tipo di intervento focalizza la propria attenzione sui processi bio-psico-sociali che sostengono, mantengono e potrebbero aggravare il problema.
Spesso i problemi psicologici che coinvolgono il sistema familiare si formano sulla base delle reazioni messe in atto sia dal minore che dal sistema per cercare di risolvere il problema.
Il disagio viene così mantenuto non tanto dal problema in sé, quanto dal modo in cui si sta cercando di risolverlo.
L’intervento indiretto ha l’obiettivo di fornire ai genitori  indicazioni su modalità di comportamento e di comunicazione funzionali alla risoluzione del problema. A questo scopo il colloquio mira anche a rendere  comprensibile ai genitori, o a chi si occupa del minore, il processo che sta alla base del disagio e della sofferenza non solo del bambino ma di tutto il sistema familiare.
L’intervento indiretto non esclude la possibilità di un intervento diretto con il minore. La situazione viene valutata rispetto all’età del bambino, ad una sua esplicita richiesta, al contesto familiare, al tipo di disagio o disturbo manifestato.
Nel colloquio diretto con il bambino o con  l’adolescente, in psicologia emotocognitiva, il processo terapeutico segue la stessa procedura della clinica per adulti, cambiano i contenuti; inoltre il linguaggio e le metafore vengono adeguate all’età e al contesto di vita del minore.

Dott.ssa Letizia Maduli

come citare questa fonte (norme internazionali):

Maduli, L. (2009)
Psicologia emotocognitiva e disturbi d’ansia in infanzia e adolescenza.
PSYREVIEW (www.psyreview.org),
Roma, 26 giugno 2009.

Bibliografia di Riferimento

Baranello, M. (2006) I concetti di sofferenza primaria e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva. SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org). Roma, 26 giugno 2006.

Baranello, M. (2006) Psicologia emotocognitiva: il loop disfunzionale. SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org). Roma, 26 ottobre 2005.

Maduli, M.L. (2007) Trattamento psicologico indiretto in età evolutiva e adolescenza. SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org). Roma, 16 giugno 2007. [ VIEW ]

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