Sulla Scienza e la Libertà di Scelta
L’essere umano, allo “stato evolutivo” attuale (adottando una visione evoluzionistica) codifica la realtà basandosi sulla propria capacità di “osservazione” che potrebbe, quindi, non coincidere con una verità assoluta ma sempre relativa all’osservatore, anche quando l’osservatore si avvale di strumenti in grado di trasformare il “non percepibile” in “rappresentazioni” quindi in “oggetti” su cui può più o meno intervenire. Il cannocchiale, il microscopio, la matematica, la scienza, l’arte, la conoscenza sono tutti strumenti, conoscitivi e tecnologici, che hanno permesso all’essere umano di vedere oltre il “biologicamente” osservabile, sono tutti strumenti estensori delle capacità percettive umane, sono tutti strumenti che trasformano “l’invisibile” in “visibile” rispetto alle capacità umane di osservazione. L’essere umano quindi “osserva” e, in base ai propri strumenti, definisce dei sistemi di riferimento.
Abbiamo più volte avuto modo di spiegare ai nostri allievi di teoria emotocognitiva che questa tendenza alla “discriminazione” è una naturale funzione umana ma anche che l’essere umano, conscio di tali processi, può arginare i rischi derivanti da un eccesso di “frammentazione” culturale. Il nostro obiettivo di scienziati è quello di utilizzare il più basso grado di astrazione possibile ovviamente nei limiti dello stato delle nostre attuali conoscenze e capacità.
Sapendo ad esempio che un limite umano è quello di non potersi rendere immediatamente conto di una rivoluzione rispetto alle proprie conoscenze soprattutto quando si cerca di leggere un’innovazione teorica alla luce del già noto, dovrebbe essere norma di diritto quella della libertà di studiosi e ricercatori, ovvero di tutti, di poter proporre innovazione, renderla accessibile attraverso insegnamento e discussione e poterne verificare i risultati attraverso applicazione. Sappiamo che lo stesso metodo scientifico, che parte da un principio sostanzialmente determinista, oggi applicato da buona parte della comunità scientifica, è una teoria e che come tale può essere soggetto a confutazione. Non possiamo quindi discriminare a priori ciò che è scientifico da ciò che non lo è. La libertà di scegliere da parte di tutti, nessun essere umano escluso, è il primo passo per arginare i rischi derivanti da una potenziale oligarchia o dittatura scientifica. Credo fermamente che la scienza possa salvare tutti coloro che l’ignoranza condanna. Per questo è necessario rispettare il principio dell’autodeterminazione e della libertà di scelta di qualsiasi essere umano.
Nessun essere umano, né come singolo, né come comunità, può essere realmente in posizione dominante rispetto ad un suo simile. L’essere umano può organizzarsi in società nelle quali siano eletti rappresentanti per questioni relativamente funzionali alla gestione di “oggetti” comuni. In questo caso solo la trasparenza massima derivata dalla costante accessibilità all’informazione permette a tutti gli esseri umani che si organizzano in “società” di esercitare un controllo continuo e diretto sui propri rappresentanti.
Oggi sorridiamo rispetto a quando gli esseri umani, forse, credevano che la terra fosse piatta o che il sole girasse intorno alla terra, pensiamo che si tratti di altre epoche, così remote, che errate convinzioni non potrebbero più essere così diffuse! Beh, fino a poco tempo fa l’amianto sembrava innocuo, il DDT assolutamente non nocivo, solo per esemplificare.
Proviamo oggi a pensare come potrebbe essere la nostra società tra ben millecinquecento anni. Nel bene o nel male, la maggior parte di noi penserebbe comunque ad un incremento delle nostre conoscenze dove molte delle odierne convinzioni potrebbero essere spazzate via da una sempre più raffinata verità. Ora pensiamo di porre la domanda agli esseri umani di duemila anni fa, più o meno ai tempi del profeta Gesù. Forse avrebbero pensato che nessuno avrebbe più crocifisso qualcuno per questioni ideologiche. Invece circa 1500 anni più tardi, sono proprio i “figli” di Cristo, o meglio, per non offendere nessuno, gli usurpatori del titolo di “cristiano” che avrebbero ucciso Giordano Bruno nella pubblica piazza ed esiliato, nonché censurato e costretto ad abiurare Galileo Galilei, per citare soltanto i nomi più noti al grande pubblico.
Da Galileo Galilei ad oggi abbiamo visto la scissione tra “scienza” e “religione”, un “cartello” internazionale tra i più imponenti. Il mondo diviso tra scienza e scienziati, da una parte, e religione e religiosi dall’altra. Un scissione tra la “materia” e ciò che trascende la “materia”! Tutto si è sviluppato con il tacito consenso dell’intera comunità.
Oggi, circa cinquecento anni dopo Galileo (molto meno dei millecinquecento del nostro esempio), sono proprio i “figli” di Galileo, quelli che si definiscono “scienziati” ma che spesso sono gli usurpatori di tale nomina, che quando acquisiscono una posizione dominante, censurano, radiano, “uccidono” chi dissente dalle loro convinzioni come se un’ideologia dominante fungesse da pietra di paragone assolutista che rende falso tutto ciò che da essa diverge!
Questo dovrebbe farci riflettere e portare le società umane ad impedire per norma che chiunque, in posizione dominante, possa esercitare diritti di scelta su base teorica ed ideologica al fine di garantire a tutti, “loro” compresi, la possibilità di pensare, creare, intuire, professare la propria arte e la propria scienza. La vera forma di tutela deve essere la trasparenza dell’informazione che va garantita e resa accessibile ad ogni livello, l’informazione di chi sostiene una cosa alla pari dell’informazione di chi sostiene altro (entrambi sostenitori di qualcosa, entrambi dissidenti l’uno rispetto all’altro). In questo modo ognuno potrà essere libero di valutare e scegliere con la propria capacità, con la propria naturale intelligenza. Chiunque decidesse per un altra persona imponendo la sua ideologia metterebbe in dubbio la personale capacità di intendere e di volere di ognuno di noi, la nostra intelligenza, influenzerebbe il libero arbitrio di ognuno di noi, la nostra autodeterminazione, la nostra libertà di scelta.
Pensiamo quale rischio si correrebbe se qualcuno impedisse la libertà di scelta di un essere umano. Per comprendere parleremo della questione delle “sigarette”, il business del tabacco. Ricerche scientifiche sembrerebbero dimostrare che il “Fumo Nuoce Gravemente alla Salute” (malattie cardio-vascolari, tumori, malformazioni, ecc.) ma i Governi continuano a garantirne la vendita, tutelando se stessi, i produttori e lasciando liberi i consumatori di scegliere, semplicemente indicando a caratteri cubitali, sul pacchetto di sigarette, la dicitura “Nuoce Gravemente alla Salute”. Allo stesso tempo, al fine di garantire la libertà dei non fumatori di non fumare, l’esercizio della libertà di fumare ha limite nella garanzia dell’esercizio della libertà di non fumare, quindi di qui il divieto di fumo nei luoghi pubblici.
Mentre, è bizzarro e alquanto paradossale, che una terapia medica per il cancro come la terapia “Di Bella” nonostante molte ricerche dimostrassero la sua capacità di rallentare se non eliminare il processo canceroso, nonostante molte persone ne avevano apprezzato e dichiarato i benefici, sia stata bandita nonché mediaticamente censurata.
Qualora le ricerche dell’istituto superiore di sanità non avessero confermato i dati, utilizzando i protocolli esattamente come erano stati indicati dal Prof. Di Bella, comunque i legislatori non avrebbero dovuto impedirne l’esercizio ma semplicemente informare, esattamente come con le sigarette, lasciando liberi gli altri scienziati che invece la sostenevano di informare a loro volta. Perché questa differenza? La risposta più banale è probabilmente legata al concetto di “business” ma ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero.
Di fatto un gruppo di scienziati in posizione dominante ha condannato un altro gruppo di scienziati, tutti membri di fatto della comunità scientifica. Il legislatore ha quindi accolto soltanto la posizione degli scienziati in posizione dominante. In pratica tutti coloro che hanno trovato beneficio nella terapia Di Bella sono stati conseguentemente considerati non in grado di valutare, con la propria intelligenza, ciò che essi stessi hanno potuto verificare. Questo atteggiamento non sembra quindi soltanto offensivo per gli scienziati che hanno portato dimostrazione scientifica all’uso della terapia del nostro esempio, sulla quale in questa sede non stiamo discutendo circa la reale efficacia o meno, ma soprattutto è offensivo per tutti coloro che, nella loro autonomia nella scelta della cura, avevano potuto concretamente apprezzarne i benefici.
Ci chiediamo ora, quali sono per la scienza di “Stato” i benefici del tabacco da fumo? Da quello che troviamo scritto, per obbligo di legge, sul pacchetto di sigarette, sembrerebbe proprio nessuno ma, anzi, è ben evidenziata la pericolosità! Quindi, in uno stesso Stato, va bene la vendita di ciò che nuoce gravemente alla salute, ma non va bene l’applcazione della terapia Di Bella che, comunque, molti testimoni diretti ne confermano i benefici. Questo è soltanto un esempio, ovviamente.
La scienza deve poter essere libera al 100% così come tutti possiamo partecipare allo sviluppo dello scibile. Nessuno può essere aprioristicamente escluso perché non sappiamo dove può nascere il “genio”, perché non sappiamo cosa sia realmente “giusto”, perché non sappiamo se ciò che conosciamo sia davvero la verità assoluta e se le conoscenze più diffuse siano davvero quelle più funzionali; l’unica cosa che sappiamo è che una certa idea potrebbe essere solo più diffusa di altre, ma i motivi di una specifica diffusione non sempre sono legati alla sua “qualità” ma a variabili che potrebbero far capo a ben altri interessi.
Se in una giornata di sole una persona alzasse gli occhi al cielo vedrebbe il sole muoversi. Un movimento apparente, relativo al punto di osservazione. Ma i suoi occhi, se non fosse stato informato del fatto che in un’altra realtà, relativamente al sistema solare, il sole è centrale ed i pianeti come la terra sono orbitanti rispetto al sole, avrebbero fornito una “verità” parziale, funzionale al calcolo del tempo e delle stagioni ma sempre una conoscenza parziale, quindi sempre relativa.
Siamo a volte così convinti di alcuni dati basati sull’oggettività e l’obiettività delle nostre osservazioni sensoriali, conoscitive e strumentali che non ammettiamo che tali conoscenze che reputiamo “oggettive” siano confutabili.
Lo scienziato non può, dal mio punto di vista, parlare di verità assoluta ma sempre di conoscenza relativa o di “verosimiglianza” rispetto all’oggetto di studio. Infatti è l’osservatore stesso che discrimina tra loro gli oggetti ed i fenomeni per poi cercare leggi che ne regolino le funzioni. L’essere umano quale osservatore della propria realtà definisce dei confini rispetto all’uniformità del tutto basandosi sulle proprie capacità (o limiti) di discriminazione.
Abbiamo codificato “la scienza” come un insieme di conoscenze e acquisizioni tali da permettere all’essere umano di prevedere fenomeni e comportamenti, renderli ripetibili, creare tecnologia e, più in generale, migliorare o semplificare la vita umana.
Le scienze “deterministe” sono basate sui concetti di causa ed effetto quindi basate sul concetto di tempo lineare e di memoria che sono funzionali al limite/capacità umana di discriminazione ma che, come tali, sono parziali come tutte le osservazioni. Maggiore è la complessità dei fenomeni minore la capacità delle scienze deterministe di trovare regole univoche. L’essere umano, come centrale rispetto alle proprie osservazioni e creazioni (e la scienza è una creazione umana), può soltanto trovare legami probabilistici relativi al proprio “ristretto” campo di osservazione.
Oggi le teorie emotocognitive stanno cercando di superare i concetti deterministi di causa-effetto sostenendo che, nel qui-e-ora, causa ed effetto coincidano ovvero che causa ed effetto siano simultanei, quindi che sarebbe, in termini assoluti, non corretto parlare di causa ed effetto come entità scisse. I principi deterministi che legano cause ed effetti sono, per le teorie emotocognitive, relativi all’osservatore quindi funzionali solo temporalmente e solo limitatamente a specifiche osservazioni. Il punto di osservazione sistemico-relativista delle teorie emotocognitive integra sia i concetti di determinismo che quelli di costruttivismo.
Per tornare al nostro discorso sulla scienza e la libertà di scelta dobbiamo quindi iniziare ad essere più umili ed iniziare a considerare ogni conoscenza sempre una conoscenza relativa ai costrutti umani.
Ad esempio, relativamente alle capacità di osservazione umana, biologica-conoscitiva-strumentale, oggi molti sono convinti che la velocità della luce sia sostanzialmente insuperabile. La maggior parte della nostra vita è condizionata dalla “luce”, i nostri calcoli, il tempo, lo spazio. Però esistono fenomeni che non riusciamo completamente a spiegare come ad esempio i cosiddetti “buchi neri”. Così qualcuno tenta di invocare l’antimateria, l’opposto della materia, chi le definisce masse ad altissima densità. Verosimilmente potremmo affermare che i “buchi neri” altro non siano che masse derivate da commutazioni energetiche (vibrazioni o oscillazioni) di porzioni del tutto ad una velocità di molto superiore a quella della luce. Una teoria che ha la stessa validità delle altre ma che deve poi trovare nell’applicazione la sua funzionalità.
Occorre essere inoltre molto cauti perché spesso i calcoli, le tecniche e le tecnologie derivanti da una teoria potrebbero non dimostrare l’esattezza di una teoria in senso generale ma semplicemente adeguarsi a quella teoria. Così gli scienziati portano esempi, metafore, dimostrazioni statistiche o matematiche per giustificare le proprie acquisizioni. Ma ogni teoria potrebbe sempre essere soggetta a confutazione, anche la più solida in un certo momento storico, anche la più “temporalmente” funzionale alla vita quotidiana.
Le scienze, soprattutto quelle umane, si sono spesso avvalse della statistica per dimostrare la propria efficacia o la propria validità teorica. Ma siamo sicuri che la statistica sia una scienza esatta? La statistica, ad esempio, potrebbe essere utilizzata per confermare una teoria errata. Ad esempio, se penso ad una regione del mondo e vedo che c’è il numero più elevato di centenari, potrei tentare di isolare delle variabili come “clima”, “genetica”, “psicologia”, “territorio”, “cibo”, “elettromagnetismo”, ecc. ovvero fattori che come “osservatore” ritengo possano influenzare la durata della vita. Mettere in relazione due o più variabili può portare anche ad ottenere ottimi risultati ma c’è sempre una “teoria” di base che determina la scelta delle variabili da includere e quindi delle relazioni da cercare quindi c’è sempre un essere umano al centro di tale scelta, il suo intuito, le sue capacità e, quindi, anche i suoi limiti.
Immaginiamo che nei paesi in cui si consuma più papaya ci sia una minore incidenza percentuale di casi di Parkinsonismo. La relazione potrebbe addirittura portare ad un mercato della papaya per curare il parkinson o per prevenirlo. Però la relazione potrebbe anche essere dovuta al fatto che in quei paesi non si consumino alcuni cibi (sempre partendo dalla teoria che il cibo possa essere un fattore legato allo sviluppo del parkinson) o ancora potrei pensare che la vita media sia più bassa o ancora pensare che in quelle regioni si sia sviluppato un ceppo genetico specifico, oppure che il tipo di organizzazione sociale sia diversa, e così via all’infinito.
Insomma non è difficile immaginare come la statistica possa essere utilizzata solo per giustificare alcune scelte, a volte per giustificare alcuni mercati. Questo non significa condannare la statistica ma renderci conto dei suoi limiti.
Allo stesso modo in cui si può utilizzare la statistica si utilizza il concetto di “comunità scientifica”.
Insomma, chi fa parte della comunità scientifica? La sentiamo continuamente chiamata in causa quando dobbiamo esaltare o condannare qualcuno. Questo è stato approvato dalla comunità scientifica internazionale, questo non è stato approvato!
Parliamoci chiaro e semplicemente, la comunità scientifica non esiste di per sé, è come dire “la società”! Quante volte abbiamo sentito dire “gli italiani”, “gli americani”, “i giapponesi”. Che significa? La comunità scientifica è semplicemente l’insieme di tutti gli scienziati, nessuno escluso così come la “comunità europea” è l’insieme di tutti gli Stati quindi di tutti cittadini europei e delle loro interazioni e funzioni. Nella “comunità scientifica” non vige la discriminazione basata su sesso, etnia, ideologia, né su titolo o posizione. La comunità scientifica è composta da tutti coloro che aderiscono ad un sistema comune di definizione di “scienza” e adottano le regole della “scienza” che, in sintesi, sono molto semplici. Attualmente la “scienza” cerca di mettere in relazioni fenomeni, trovare leggi che regolano il funzionamento del sistema relativo (sistema di riferimento) che si sta studiando e siano in grado di prevederne il comportamento, renderlo ove possibile sintetizzabile, realizzare tecniche e tecnologie in grado di intervenire su quel fenomeno con il più alto grado possibile di precisione rispetto alle aspettative di funzionamento.
Ovviamente può esserci una visione diversa di scienza basata ad esempio sulle prove di efficacia della tecnologia derivata oppure una scienza del “caso”. Di fatto possiamo affermare che, sempre relativamente allo stato attuale delle conoscenze, la scienza è per forza di cose relativa e probabilistica. Finché non ci sarà una vera e propria teoria del tutto che possa rispondere al 100% ai quesiti posti ovvero rendere prevedibile e riproducibile al 100% esatto ogni fenomeno, dobbiamo essere più umili e non impedire alla scienza la sua libertà di azione. La scienza è relativa al suo creatore, l’essere umano.
Crediamo che a livello “etico” possa valere la regola generale che la libertà di ognuno trovi limite soltanto nel diritto all’esercizio della libertà di un altro, in un sistema mutualmente regolato.
Quando sentiamo un medico affermare “occorre aspettare e vedere se supera la notte” oppure “ci vuole tempo, occorre vedere come reagisce il corpo”, altro non sta affermando che “non conosce” al 100% il funzionamento dell’oggetto d’intervento e della scienza che applica, ovvero che la scienza che propone è dotata di un elevato grado di incertezza. Questo non impedisce al medico, informando adeguatamente il paziente su tutti i “costi”, di utilizzare le conoscenze acquisite, dotate di incertezza, quindi di applicarle. Allo stesso modo non si può obbligare nessuno ad una specifica cura. In genere il medico si prende la responsabilità della somministrazione della cura, mentre la responsabilità dei suoi effetti collaterali, quella se la prende sempre il paziente.
In campo oncologico, un campo “politicamente” delicato, ad esempio, quanti parlano di “vittime della chemioterapia?” ovvero di coloro che sono morti per gli effetti collaterali degli interventi chemioterapici? Quando una persona muore per gli effetti della chemioterapia si riduce il tutto alla locuzione “è morto di cancro” facendo così passare il messaggio che sia il cancro difficile da risolvere e non che la chemioterapia non abbia funzionato. Dovremmo semplicemente permettere a tutti, davvero a tutti, la libertà di scegliere.
L’informazione è una forma di tutela ma l’informazione non può essere filtrata, condizionata da gruppi in posizione dominante con potere decisionale. La scienza ha necessità davvero di essere svincolata da ogni legame politico-economico se vuole essere scienza. Chi da una posizione dominante parla di “comunità scientifica” escludendo da essa alcuni scienziati in realtà non è un vero scienziato ma, più probabilmente, un usurpatore di tale “titolo”. Gli scienziati veri non censurano, non condannano, ma rimangono aperti, ammettono e cercano il cambiamento, e sostengono sempre i lori colleghi. Scopo di ogni scienziato è sempre la ricerca di una più raffinata comprensione della realtà.
Lo scienziato è sempre un curioso e mai un censore, non impone la sua ideologia ma la difende con forza in un processo di libero pensiero.
Proviamo ora a pensare agli ordini professionali così “cari” agli italiani (il 60% degli italiani ne vorrebbe l’abolizione).
Visto che gli ordini professionali sono composti da professionisti interni alla disciplina regolamentata è abbastanza ovvio l’elevato rischio di ingerenza nelle autonomie scientifiche ovvero il rischio che un piccolo gruppo in posizione dominante, teoricamente orientato, possa prevalere e quindi detenere un potere istituzionale e decisionale.
Ad esempio, per superare tale rischio, gli ordini professionali che regolano le professioni scientifiche dovrebbero essere “scientificamente laici” ovvero non promuovere uno specifico modello teorico come azione dell’ordine, ovvero esimersi dal proporre iniziative scientifiche da posizione dominante, ma anzi, limitarsi ad amministrare l’organizzazione ordinistica e fungere da connessione tra i professionisti iscritti e le altre istituzioni. Sarebbe auspicabile, comunque, la chiusura degli ordini professionali quindi una riforma costituzionale nel nostro paese, l’Italia, al fine di favorire il pluralismo scientifico attraverso le associazioni scientifico-professionali che tutelino l’utenza ed i propri iscritti rispetto ad uno specifico settore dell’arte e della scienza che si professa. Auspico l’emergere di sempre più associazioni, ad esempio, orientate secondo specifici modelli dichiarati nella propria disciplina. Al limite un “ordine” potrebbe fungere esclusivamente da raccordo tra le diverse associazioni garantendo il pluralismo e condannando la monopolizzazione politico-economica quindi tutelando sia le maggioranze che le minoranze in ambito scientifico ma con poteri amministrativi limitati e composti da tutti i rappresentanti di ogni associazione libera presente sul territorio. È soltanto un modo per ridurre i rischi. Ogni dominanza, così come ogni estinzione, dovrebbe infatti essere “naturale” basata sulle capacità effettive che possono essere valutate esclusivamente da ogni persona che deve rimanere libera di scegliere. Finché ci sarà una sola persona che la pensa diversamente tale diversità va tutelata. Il pensiero unico è un danno per tutta l’umanità. Nessuna scienza può essere istituzionalizzata. Non dovrebbe mai esistere una “scienza di Stato”.
Che un piccolo gruppo organizzato a cui viene offerto un potere decisionale anche sanzionatorio possa abusare della propria posizione dominante potrebbe essere un rischio troppo alto. Per questo è anche indispensabile depotenziare gli ordini oppure fare in modo che ogni azione disciplinare di un ordine non sia mai esecutiva soprattutto quando il professionista di un’arte e di una scienza sia obbligato dalla Norma all’iscrizione ad un ordine per poter esercitare la professione. Inoltre dovrebbe essere sempre garantita la possibilità di essere accolti in altri ordini in caso di sanzioni in modo da evitare il rischio di abuso del potere di rappresentanza o di posizione dominante.
Torniamo ancora alla nostra “comunità scientifica”. Abbiamo quindi detto che non è identificata con una specifica entità, con uno specifico nome, non è un’associazione, non ha referenti, non c’è un contatto al quale riferirsi e soprattutto non è certo composta dai soli accademici, tutt’altro. Molte delle innovazioni di cui tutti usufruiamo nascono al di fuori delle accademie, dai liberi pensatori. Tutti gli “scienziati” e le loro interazioni sono già parte costituente la comunità scientifica.
I grandi nomi della storia hanno dimostrato come le rivoluzioni scientifiche partano sempre da persone che iniziano a mettere in relazione cose che gli altri avevano trascurato, ovvero che guardano con nuovi “occhi” i fenomeni già sotto gli occhi di tutti oppure riescono ad organizzare i modo più funzionale le conoscenze già acquisite.
La scienza è una scoperta incessante fatta tanto di entusiasmi quanto di delusioni. Gli scienziati, i teorici, non sono inventori, ma sono più assimilabili a “scopritori”. I grandi “rivoluzionari” scientifici hanno sempre comunicato le loro scoperte perché sicuri che l’intelligenza umana avrebbe accolto l’innovazione con favore o, comunque, avrebbe accolto l’innovatore con dignità, visto sia il lavoro svolto sia il potenziale miglioramento nella comprensione delle cose e quindi il potenziale miglioramento della vita di tutti. Sappiamo tristemente che non sempre è così, tutt’altro. Lo scienziato vero è in sostanza un ingenuo non sporcato dai giochi di potere politico-economici.
Dopo tanti “Galileo” ancora oggi sembra esistere l’ombra di quella che chiamo la “moderna inquisizione”. Come l’inquisizione romana accusava Galilei o Bruno di eresia e mascherava il suo potere oscurantista sotto il concetto di tutela oggi potrebbe avvenire la stessa cosa. Pseudo-scienziati in posizione dominante che, sotto la falsa maschera di tutela, condannano chiunque dissenta dalle proprie convinzioni cercando di operare una censura dell’innovazione per mantenere il proprio status politico-economico intatto.
Tra le posizioni più aberranti ci sono quelle che condannano gli innovatori perché “non accademici” o perché il loro nome non è ancora noto o perché non hanno pubblicato sulla rivista accreditata dal “potere”, come se fosse il nome dello scienziato a definire cosa sia scientifico, come se fosse la notorietà di una rivista a stabilire cosa sia scienza da cosa non lo sia.
Gli scienziati veri sono coloro che di volta in volta leggono il contenuto, lo valutano con la propria intelligenza e di certo non si lasciano ingannare dal nome o dalla notorietà di uno scienziato. E’ sempre il contenuto che va considerato dal punto di vista scientifico, mai il contenitore. Pensate se uno scienziato ascoltasse solo le parole di chi ha un nome già noto, sarebbe come l’ubriaco che cerca, sotto la luce di un lampione, la chiave che ha perso, anche se l’ha perduta in un altro posto, buio. Ma è proprio dove non c’è ancora “luce”, nel non conosciuto, che si spingono i veri scienziati, i liberi pensatori perché lì è il luogo dell’innovazione.
Gli scienziati, i liberi pensatori, hanno offerto contributi importanti per tutta l’umanità che oggi sarebbe potuta essere diversa, più avanti anche di migliaia di anni, se piccoli gruppi che tutelano il proprio potere politico-economico, non avessero impedito la diffusione della conoscenza, non l’avessero filtrata, non l’avessero relegata a pochi eletti, non avessero bruciato libri. La conoscenza, l’educazione, l’informazione è l’unica vera forma di cura della persona, l’unica vera forma di tutela di cui dobbiamo riappropriarci, perché, lo ripeterò sempre con forza, la scienza può salvare tutti coloro che l’ignoranza condanna!
Dott. Marco Baranello
fondatore della teoria emotocognitiva
Come citare questa fonte (Norme Internazionali):
Baranello, M. (2010)
Sulla scienza e la libertà di scelta.
psyreview.org, Roma 5 novembre 2010.


