Borderline
Il sostegno psicologico per i pazienti con disturbo borderline di personalità
psicologia emotocognitiva nel sostegno dei pazienti con diagnosi di BPD
a cura del Dott. Marco Baranello
scienziato italiano, fondatore della teoria emotocognitiva
Il Concetto di Disturbo Borderline di Personalità
Il concetto di borderline nella clinica psicologica ha uno specifico significato che non si “limita” alla traduzione letterale del termine in “limite” o “confine”. Abbiamo avuto modo in altri articoli di chiarire che il vero limite è rappresentato dalla nosografia psichiatrica dell’epoca in cui tale terminologia si è diffusa.
Il concetto di borderline è definibile come un ampio spettro di caratteristiche sintomatologiche e funzionali, ovvero non possiamo parlare di un disturbo ma di una complessa organizzazione di personalità. La psicologia emotocognitiva affianca alla diagnosi di tipo “psichiatrico” proposta dai sistemi di classificazione come il DSM, una valutazione del processo organizzativo del paziente all’interno del proprio campo di esperienza. L’approccio quindi al paziente borderline così come l’approccio psicologico a qualsiasi altra forma disfunzionale di organizzazione (psicopatologia) è di tipo bio-psico-sociale. Significa che i fattori biologici, sociali e psicologici sono considerati inscindibili e pertanto utilizzati sia nella valutazione della modalità di funzionamento del paziente che nella pratica clinica.
Introduzione Diagnosi Disturbo Borderline di Personalità
distrurbo borderline: linee guida per la valutazione diagnostico-differenziale
a cura del Dott. Marco Baranello
scienziato italiano, fondatore della psicologia emotocognitiva
Il disturbo borderline di personalità (APA, 1994) è una delle più complesse e controverse entità diagnostiche. In alcuni contesti psichiatrici addirittura ancora non viene pienamente riconosciuto come un disturbo a se stante, specifico, tant’è che da più di mezzo secolo la diagnosi di “borderline” è considerata il “cestino dei rifiuti psichiatrico”, ovvero una “etichetta” diagnostica utilizzata esclusivamente quando lo psichiatra non è in grado di attribuirne altre.
Uno degli errori diagnostici più comuni e gravi, in campo psichiatrico, quando ci si trova di fronte ad un “paziente borderline” non riconosciuto come tale è l’attribuzione della diagnosi di “disturbo bipolare II”. Questo potrebbe essere spiegato dal fatto che il modello medico (lo psichiatra è un medico, non uno psicologo) è di tipo diagnosi-cura, pertanto, mentre per il disturbo bipolare la ricerca psichiatria avrebbe trovato dei farmaci, palliativi, per ridurre la sintomatologia, come ad esempio il litio, ciò ancora non è avvenuto per il disturbo borderline che, nella maggior parte dei casi, non risponde alla terapia psicofarmacologica. Questa ipotesi è ovviamente drammatica, poiché alcuni psicofarmaci vanno utilizzati per tutta la vita, non avendo, appunto, effetto curativo, ma solo, nella migliore delle ipotesi, palliativo. Al farmaco, quando strettamente necessario, si dovrebbe associare un intervento psicologico (elargito da uno psicologo) oppure psicoterapeutico anche se, per le nuove teorie emotocognitive applicate in psicologia, l’intervento è preferibilmente psicoeducativo e psicologico, senza psicofarmaci e senza psicoterapia.


